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La compassione e l’arte della felicità

da | Ago 30, 2019 | BLOG, CONVEGNO 12 OTTOBRE 2019, MINDFULNESS

di Anna Rossi
Insegnante Mindfulness e Protocollo MBSR

Sto tornando da casa di mia sorella che ha una malattia cronica e invalidante: negli ultimi mesi è in un momento ancor più delicato di fragilità e passiamo un po’ più di tempo insieme. È un tempo di qualità, e mi sento grata – sia pure nella difficoltà del momento – dell’intimità profonda che il nostro essere insieme ci regala.

In bocca ho un sapore un po’ amaro, e nel cuore un po’ di dispiacere per la sua situazione… ma allo stesso tempo riesco ad avvertire, accanto a queste sensazioni, anche una sorta di tenerezza dolente, dolce, pulsante, regolare, tranquilla, nel punto più morbido del cuore.

Prima di rientrare a casa mia mi fermo al giardino pubblico vicino per regalarmi una meditazione camminata: sento che i miei passi portano l’eco di tutte queste sensazioni che si muovono dentro, e lascio che lentamente, dolcemente accarezzino la terra.

Ad ogni passo il movimento interno si mescola e si scioglie con il respiro, il profumo dell’erba, le voci dei bambini, il rumore delle foglie, il tocco leggero dei piedi sul terreno un po’ irregolare del sentiero. Gli occhi si posano attorno, ora: il cielo è azzurro, lievemente striato di bianco, le more del gelso rosse e rotonde, il tronco dei pini rugoso e scuro, qua e là macchie gialle di erba secca… un pappagallo verde stride dall’ombra di una palma, sento sulla pelle il lieve tocco di un piccolo spostamento d’aria. Nient’altro. Tutto qui. Come ama dire il mio maestro Thich Nhat Hanh: “This is a moment of happiness”, “Questo è un momento di felicità”.

Per me, è così che nasce la compassione: quando mi do il tempo, il permesso, il modo di abbracciare davvero quel che provo – compassione per me stessa prima di tutto, e ne ho bisogno nei momenti in cui mi sento inadeguata, quando sento (e magari è vero, ma non è questo il punto) che potevo fare meglio, quando sono stanca (e magari anche questo è vero, ma ancora una volta non è questo il punto), o dispersa, o disorientata, o spaventata…

È proprio allora – e sono grata alla pratica che me l’ha insegnato – che posso anche, anzi per prima cosa, fermare tutto e rendermi disponibile per i momenti di felicità che sono già a disposizione per me. Ed è questo semplice gesto, solo questo piccolo spostamento di attenzione, se ho la fiducia di farlo, che apre per me uno spazio diverso, di tenerezza e trasformazione.

Tante volte, nei corsi di mindfulness e negli incontri di pratica che teniamo, mi sono trovata in contatto con la sofferenza di chi c’era, più o meno espressa. Sorprendendomi ogni volta di sentire quanto sia così simile alla mia, e quanto ognuno di noi – me compresa – porti con sé il profondo, intimo desiderio di essere riconosciuto, visto, ascoltato, abbracciato, accolto.

Quello che facciamo, nella mindfulness, è scoprire insieme come sviluppare la capacità di esserci davvero, prima di tutto per noi stessi, con quella tenerezza che non giudica e che è capace di accogliere e consolare, portando chiarezza, sollievo, forza. Posso chiamarla con un nome che quando lo pronuncio mi sembra così grande e impegnativo, ma quando lo sento risuonare nel cuore invece è così semplice e intimo: Compassione.

Che vuol dire, come insieme cerchiamo di scoprire e sperimentare nei nostri corsi, anche “imparare l’arte della felicità”. Sì, perché la felicità, come la compassione, può essere anche qualcosa da coltivare con pazienza, delicatezza, attenzione: è una pratica, è un’arte, appunto.

Forse è una felicità, questa, un po’ diversa da quella convenzionale che ci hanno insegnato, condizionata da tutti i nostri “purché” e dal retrogusto amaro della paura che finisca troppo presto… Forse questa è una felicità piccola, intima, appena sussurrata, che non fa tanto rumore, ma che può essere sempre a nostra disposizione, se solo siamo capaci di voltare lo sguardo e coglierla, e proprio per questo è molto potente, e può veramente accompagnarci, risanarci, guarirci.

Ma questa è solo la mia esperienza, naturalmente.

Mi piace però lasciarvi con le parole di Thich Nhat Hanh, la sua risposta alla domanda posta da un partecipante ad un incontro del 2013 all’Università di Stanford, dedicato alla compassione ed organizzato dall’Istituto di Ricerca ed Educazione su Compassione ed Altruismo del Dipartimento di Neurochirurgia (CCARE).

Se svolgete una professione di aiuto, questa domanda (e la risposta) sono per voi, eccole:

Domanda: “Spesso sentiamo parlare di persone che svolgono professioni di aiuto e sperimentano ‘empathy fatigue’ o ‘compassion fatigue’: dopo aver dedicato anni al servizio degli altri si sentono in preda al burn out, esausti e spesso lasciano la professione. Esiste qualcosa come ‘troppa compassione’? Quali sono i modi per prevenire questo burn out? Secondo lei, troppa compassione può farci del male?”

Ed ecco la risposta di Thich Nhat Hanh: “Non si tratta di avere troppa compassione: è che avete esaurito la compassione, poiché la compassione è qualcosa che deve essere nutrita ogni giorno, e gli psicoterapeuti [e coloro che svolgono professioni di aiuto] devono conoscere la pratica. Se passano tutto il giorno soltanto ad ascoltare la sofferenza, non fa loro bene, perché questo è l’unico genere di nutrimento che ricevono ogni giorno: solo ascoltare la sofferenza. Ecco perché un buon psicoterapeuta [o colui che svolge una professione di aiuto] potrebbe imparare come generare una sensazione di gioia o di felicità ogni giorno, molte volte al giorno; dovrebbe conoscere l’arte della felicità e dovrebbe stare a contatto con altre persone che sappiano creare gioia e felicità e nutrirsi proprio di gioia e felicità. Se perde l’equilibrio, si esaurirà, sentirà la ‘compassion fatigue’. In secondo luogo, dovrebbe sapere come trasformare la sofferenza in se stesso.  Sono due quindi le cose che dovrebbe fare. Primo: nutrire la gioia e la felicità nella propria vita quotidiana; secondo: essere capace di gestire e trasformare la sofferenza in se stesso. Se saprà come fare queste due cose, potrà continuare a mantenere l’equilibrio, non andrà incontro a burn out e non sperimenterà ciò che si chiama ‘compassion fatigue’. ‘Compassion fatigue’ significa che hai esaurito la compassione e l’empatia. Così, la risposta è che, se hai perso l’equilibrio, significa che non hai saputo come nutrirti di gioia e felicità e come trasformare te stesso, e per questo non potrai continuare ad aiutare le persone per molto tempo.”

 

Gli articoli pubblicati in questa sezione del sito Interessere riguardano la Mindfulness e le sue applicazioni: il blog, per noi, è uno strumento di condivisione e conoscenza. Gli articoli sono revisionati dal Comitato scientifico di Interessere.

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