Sei sicuro della tua congruenza personale e professionale nel praticare il counseling? Momento per momento

da | Feb 5, 2020 | BLOG, COUNSELING, MINDFULNESS

di Andrea Di Carlo
Counselor, insegnante senior di Mindfulness e protocollo MBSR

La mindfulness possibile strumento di conoscenza, consapevolezza e congruenza per il counselor.

La congruenza

Carl Rogers ci dice che la congruenza consiste essenzialmente nell’essere veramente se stessi, nell’essere in grado di riconoscere ed accettare le proprie emozioni, il proprio stato, la propria cultura, le proprie posizioni, le proprie convinzioni, le proprie credenze e, in tal modo, essere stabili, equilibrati, in grado di offrire al cliente ancoraggio e sicurezza.
Riferendosi al percorso di costruzione di relazioni interpersonali costruttive e quindi della “relazione di aiuto”, afferma…

Mi sono reso conto chiaramente che non produce alcun frutto, a lungo andare, nei rapporti interpersonali, comportarsi come se si fosse diversi da come si è.”(1)

Si tratta insomma di riconoscere ed accettare l’insieme delle attività intellettive, emozionali e sensoriali relative all’esperienza in corso. Questo conduce alla definizione di consapevolezza esposta da Edoardo Giusti (1989): “Essere consapevole significa sentire i propri movimenti interni, le sensazioni, i sentimenti che emergono, [e] dirigere l’attenzione sui propri bisogni nel momento presente”.

Ancora Rogers sembra dire che si persegue questa consapevolezza con un dialogo interiore continuo, disciplinato e sincero.

“se posso stabilire una relazione di aiuto con me stesso, se posso cioè essere sensibilmente consapevole e ben disposto verso i miei stessi sentimenti, c’è una grande possibilità che possa stabilire una relazione di aiuto con gli altri.(2)

Quanto più il terapeuta [NdA il counselor] sa ascoltare con accettazione ciò che passa dentro di lui, quanto più sa essere, senza timore, la complessità dei propri sentimenti, tanto più elevata è la sua congruenza”(3)

Già qui si anticipa una qualche vicinanza con la pratica meditativa poiché alcuni maestri chiamano la meditazione pratica di ascolto profondo. A me piace parlare di una sorta di autocounseling che il meditante esercita compassionevolmente verso sé stesso e anche durante il counseling.

“Nel corso dell’incontro, il terapeuta [NdA il counselor] applica un ascolto intenzionale momento per momento, a sé stesso e al paziente senza giudizio, aperto, accudente e con discernimento, dando vita all’intenzione che risveglia periodicamente, domandandosi: Sono pienamente presente? Sono consapevole? E riconnettendosi consapevolmente al respiro e al corpo, come modo per ancorarsi e radicarsi durante la seduta”.(4)

Si mira così a sviluppare una sorta di osservatore interno silenzioso che osserva e presta attenzione a ciò che succede nel momento presente e quindi anche, momento per momento, durante l’incontro di counseling.

La mindfulness

La mindfulness, la forma laica della meditazione di consapevolezza, è uno strumento con cui i professionisti dell’aiuto, in particolare e soprattutto i counselor, possono affinare e potenziare la capacità di essere in continuo ascolto di sé stessi e, conseguentemente, di essere profondamente se stessi nel momento presente. La mindfulness è una pratica con cui ci si confronta continuamente con i fondamenti della propria personalità sia dal punto di vista corporeo, che dal punto di vista percettivo, cognitivo e affettivo.

Jon Kabat Zinn, biologo americano che ha definito il protocollo MBSR, definisce la consapevolezza come il prestare attenzione intenzionalmente nel/al momento presente in modo non giudicante.

Ma prestare attenzione a cosa? Al corpo e alle sensazioni fisiche, al senso di piacevolezza e spiacevolezza che colora le nostre percezioni, ai pensieri e alle emozioni, ai condizionamenti tutti del nostro comportamento. Si tratta quindi di uno stato di apertura senza uno specifico oggetto.

Il praticante di mindfulness e, secondo me, il professionista dell’aiuto, che utilizza questo strumento, ha la possibilità di raggiungere un grado di consapevolezza molto profondo e di coltivare l’impegno ad approfondire questa consapevolezza in un sempre rinnovato spirito di scoperta: consapevolezza di ciò che l’operatore è, prova, sente, pensa e crede durante l’incontro con il cliente. Esistono evidenze che questo tipo di consapevolezza al proprio stato, sviluppata come capacità di ascolto di sé stessi, ha benefici effetti sulla qualità della relazione che si stabilisce tra l’operatore di aiuto e il cliente: l’essere pienamente presente del counselor è stato positivamente correlato con la qualità della connessione umana con il cliente e con la capacità di gestire i silenzi che possono essere vissuti, contrariamente al comune sentire, come momenti di vicinanza senza la necessità di finalizzare il passare del tempo.

Possiamo riassumere che la pratica personale di mindfulness del counselor migliora (5):

  • la capacità di mantenere, per tutta la durata dell’incontro, l’attenzione al qui e ora, al cliente e anche al proprio mondo interno;
  • la consapevolezza del livello di attenzione prestata;
  • la connessione con il cliente in quanto essere umano;
  • il coltivare un luogo stabile e quieto dentro di sé nel quale sentirsi centrati, calmi e in pace;
  • il livello di attenzione e di agio nella gestione dei momenti di silenzio.

I saperi del counselor

Il counselor che coltiva, con la pratica di mindfulness e nell’ascolto delle sue tendenze più intime, questa consapevolezza segue e affina continuamente le prescrizioni professionali dei vari “saperi”: il sapere essere, il sapere fare e il sapere.

Relativamente al sapere essere, il counselor formula l’intenzione di chiedersi in ogni momento e di riconoscere se/quanto è una persona autonoma, empatica, stabile, paziente, creativa, sensibile e ricettiva, disponibile all’accettazione positiva incondizionata, pronta a rispettare il soggetto relativamente al suo sistema valoriale, al suo vissuto e alle sue scelte.

Analogamente formula l’intenzione (relativamente al saper fare) e verifica momento per momento di sapere mantenere costante un atteggiamento di accettazione incondizionata, di sapere astenersi da giudizi, di sapere procedere sempre effettuando un attento lavoro di monitoraggio su se stesso, di osservare se stesso nella relazione anche attraverso le reazioni del cliente, di verificare sempre l’efficacia della comunicazione empatica, di sapersi astenere dal fare interpretazioni e rivelazioni, dal fornire soluzioni, dall’assumere atteggiamenti di conoscenza superiore, di sapere limitare al massimo l’utilizzo di domande (diverse da domande semantiche e domande aperte), di saper non sottrarre spazio al cliente, di saper non fare abitualmente azioni di sostegno o consolazioni fini a se stesse, di aver sempre ben in mente l’importanza di un percorso volto all’autonomia del cliente. E’ interessante notare come gran parte delle attitudini relative al saper fare sono relative al saper non fare: un’altra interessante vicinanza alle attitudini contemplative.

Infine relativamente al sapere, il counselor sperimenta momento dopo momento, incontro dopo incontro, cliente dopo cliente, supervisione dopo supervisione quanto conosce, quanto approfondire, quanto rinnovare la conoscenza e la pratica dei principi della comunicazione interpersonale, delle finalità e metodologie operative del counseling, delle linee guida di una relazione di aiuto, dei principi di conduzione del colloquio. Ad esempio sperimenta e affina le pratiche dell’ascolto attivo, del rispecchiamento empatico e delle riformulazioni di vario livello.

La mindfulness oltre la tecnica

La mindfulness non è però solo uno nuovo strumento da aggiungere nella cassetta degli attrezzi del counselor. Sicuramente c’è un livello base di apprendimento della mindfulness come tecnica per gestire lo stress in generale e del burnout in particolare (problema non da poco nelle professioni di aiuto): osservare l’attività di counseling con un certo distanziamento dai fattori stressanti (ripercezione) e riscoprire gli aspetti ideali della professione. Ma questi due livelli, osservazione e dimensione ideale, anticipano il modo corretto di intendere l’approccio mindful. La mindfulness è uno stile di vita che permette di approfondire la conoscenza di sé stessi e la capacità di stare nel qui e ora e che avvia alla coltivazione di stati mentali positivi con cui affrontare vita quotidiana e vita professionale. Per stato mentale si intende una combinazione di situazioni emozionali, atteggiamenti, configurazioni concettuali che nel loro complesso costituiscono il contesto dei pensieri, delle decisioni e delle azioni.

Nella tradizione buddhista, si fa riferimento primariamente ai quattro stati incommensurabili: gentilezza amorevole, compassione, gioia compartecipe ed equanimità. Si tratta di stati profondamenti interrelati ma l’equanimità ha comunque un ruolo particolare perché costituisce la base su cui è possibile costruire gli altri stati: è difficile essere amorevoli e compassionevoli rispetto al dolore e alla gioia degli altri se non si è in grado di andare incontro all’esperienza del momento presente così come è. Tutto ciò suggerisce una certa vicinanza tra congruenza e equanimità.

La congruenza è la base su cui sviluppare le altre caratteristiche fondamentali del counseling, l’accettazione incondizionata e l’empatia.

“Non serve agire in modo calmo e piacevole quando di fatto ci si sente critici e pieni di ira. Non serve agire come se si conoscessero le risposte da dare quando non le si conoscono. Non mi serve comportarmi da persona affettuosa se in realtà, in quel momento, mi sento ostile. Non mi serve ostentare sicurezza, se di fatto sono spaventato e insicuro.

Tutto ciò non è utile, penso, allo sforzo inteso a costruire a poco a poco delle relazioni interpersonali costruttive (7)

Conclusioni

La mindfulness, più che uno strumento da proporre ai clienti è una pratica che il counselor rivolge a sé stesso per superare le difficoltà della professione e per coltivare attitudini e stati mentali positivi: sviluppare equanimità/congruenza.

E’ quindi di fondamentale importanza incarnare la pratica e non cercare di apprendere la mindfulness sui libri (per quanto sia importante studiare). Jon Kabat Zinn ci ricorda:

“… la consapevolezza è proprio come mangiare.
Sarebbe assurdo pretendere che qualcun altro mangiasse al posto tuo; e quando vai al ristorante non ti sfami né sfogliando il menu né ascoltando il cameriere descrivere il cibo. Perché il cibo ti nutra devi effettivamente mangiarlo. Analogamente, per trarre beneficio dalla consapevolezza e capire perché è tanto preziosa devi effettivamente praticarla ”. (8)

———————————–

NOTE

 

1. Carl R. Rogers, La terapia centrata-sul-cliente, Giunti Editore, 2013, capitolo 1, Questo sono io (Alcune scoperte significative)
2. Carl R. Rogers, La terapia centrata-sul-cliente, Giunti Editore, 2013, Capitolo 3, Le caratteristiche di una relazione di aiuto (Come si può creare una situazione di aiuto?)
3. Carl R. Rogers, La terapia centrata-sul-cliente, Giunti Editore, 2013, Capitolo 4, Il rapporto interpersonale. L’essenza di una relazione di aiuto.
4. Shauna L. Shapiro, Linda E. Carlson, L’Arte e la scienza della mindfulness, Piccin Nuova Libraria, 2013
5.  Shauna L. Shapiro, Linda E. Carlson, L’Arte e la scienza della mindfulness, Piccin Nuova Libraria, 2013
6. Annamaria Di Fabio, Counseling – Dalla teoria all’applicazione, Giunti Editore, 1999
7. Carl R. Rogers, La terapia centrata-sul-cliente, Giunti Editore, 2013, capitolo 1, Questo sono io (Alcune scoperte significative)
8. Jon Kabat Zinn, Vivere momento per momento, Edizione TEA, 2010

Gli articoli pubblicati in questa sezione del sito Interessere riguardano la Mindfulness e le sue applicazioni: il blog, per noi, è uno strumento di condivisione e conoscenza. Gli articoli sono revisionati dal Comitato scientifico di Interessere.

Privacy Policy